Etiopia in tre parole

Un viaggio in Etiopia non si può raccontare e nemmeno spiegare,  si vive solamente.
Detto ciò, con questo articolo, cercheremo di spiegarvi cosa ci ha lasciato questa esperienza.
Come già accennato, il viaggio in Etiopia è stato lungo e faticoso,  la causa principale di queste difficoltà sono stati i piccoli problemi di salute:  il secondo giorno di nostra permanenza abbiamo mangiato del cibo contaminato che ci ha fatto venire una brutta dissenteria durata parecchi giorni, questo ci ha molto debilitato e le conseguenze sono state febbre, raffreddore, tosse, spossatezza, vomito e debolezza generale. Nonostante questi problemi di salute a volte veramente pesanti in un viaggio del genere, abbiamo avuto la forza e la volontà di non voler cambiare o togliere delle destinazioni che volevamo vedere e che erano programmate ma, indubbiamente, il viaggio è proseguito in maniera molto più lenta e con meno spirito d’avventura.
Quando parliamo di Etiopia, parliamo di terzo mondo o forse addirittura quarto mondo: non c’è nessuna infrastruttura relativamente moderna, non c’è l’economia che fa girare il Paese, non c’è un’ adeguata istruzione, non c’è speranza di vita dopo la nascita, non c’è proprio futuro e c’è molta povertà.
Nonostante questo, la popolazione è molto accogliente, ti saluta chiamandoti “farenji” (straniero), ti chiede se hai bisogno di aiuto e si avvicina se ti vede in difficoltà. Certo, le “brutte” persone le abbiamo incontrate, sono quelle che cercano di venderti di tutto, che ti chiedono soldi solo perché sei bianco, che ti importunano e che cercano di derubarti (si, è successo anche questo!), ma come si trovano in Etiopia, si trovano in qualsiasi altra parte del mondo.
Per noi Etiopia vuol dire: adattarsi, “I’m not a Bank”e amasagnalehu.
Adattarsi: al cibo spesso pessimo, alle camere d’albergo spesso logore e piene di insetti, ai black-out , alla non-doccia,  alla doccia gelata,  ai capelli sporchi, ai vestiti lerci, al non guardarsi allo specchio per settimane, ai frequenti schiamazzi notturni sotto la camera d’albergo, alle levatacce delle 4 della mattina per prendere il bus pubblico (che parte solo dopo le 6!), agli interminabili e pericolosi spostamenti su mezzi sgangherati, alle capre sempre presenti, alle continue e dovute contrattazioni, alle fregature, alle litigate non volute ma dovute con etiopi alquanto poco raccomandabili, alle richieste di soldi,  al caldo opprimente del Sud, a dormire in tenda a 3.200 metri con 5 gradi ed il mal di gola, al bagno condiviso e sporco, a non avere lo sciacquone del bagno, a pulirsi il sedere con la mano (e l’acqua) e non con la cartaigenica, agli odori “importanti”, alle farmacie piene di polvere, a prendere medicine ogni giorno, a dover mangiare per forza perché dobbiamo stare in forza, a dover bere per forza perché dobbiamo reidratarci, ad andare dal medico ed avere il pubblico che ascolta i fatti nostri (la privacy in Etiopia non esiste!), a sentirsi dire dal miglior medico della Omo Valley che va tutto bene e non ci sono problemi (e tu stai malissimo),  a sapere che tutti attorno a noi hanno la malaria e noi non abbiamo la profilassi, a dormire con la zanzariera e sentire mille zanzare che volano sopra la nostra testa e sapere che tra di loro ci potrebbe essere la zanzara malefica della malaria e che ci potrebbe pungere, a mille e mille altre cose ancora, che qui sono solo parole scritte, ma là, erano crucci da conviverci ogni giorno.
I’m not a Bank: in Etiopia tutti conoscono l’inglese. Se pensiamo che i bambini di 5 anni parlano l’ inglese fluentemente e che le lezioni all’università sono solo in inglese,  ci rendiamo conto come noi italiani siamo davvero presi male: tutti in Etiopia parlano inglese, chi meglio o chi peggio, ma lo parlano.
Spesso siamo stati importunati da bambini, ragazzi, adulti, mamme, più o meno poveri che ci prendevano per il braccio e ci chiedevano l’elemosina, davvero triste, stressante, dove ti senti impotente e dove non puoi fare nulla per cambiare la situazione, che tu dia dei soldi o meno.
Nonostante fosse la nostra idea iniziale, dopo aver discusso a lungo con alcune persone incontrate sul luogo che ci hanno esortato a non dare mai nulla ai poveri incontrati per strada, ci siamo convinti di non fare l’elemosina a nessuno e di non comprare nulla dai bambini, è un modo per non incentivare l’accattonaggio e per far capire che bianco non è sinonimo di banconota che cammina come loro credono.
Falasha Village, Gondar

Questo però non bastava.  Spesso capitava che bambini, ma anche adulti, si attaccassero a noi e non ci molassero fino a quando non entravamo in hotel o da qualche parte; ad un certo punto, oltre che essere molto frustante e colpente, non sai davvero come venirne fuori e le provi tutte.

Trovammo una frase, detta con molto tatto e con un sorriso: “I’m not a Bank, I’m sorry.” Scoprimmo che funzionava. Dopo pochi minuti si allontanavo  e andavano, forse, a perseguitare un altro bianco.  E noi restavamo senza parole, con un nodo alla gola perché non avevamo dato, trovandoci come scusante l’aver fatto bene ma avendo in fondo al cuore un senso di colpa per non aver aiutato.
Amasagnalehu: vuol dire Grazie in etiope e noi ci sentiamo in dovere di ringraziare questa terra alla quale ci siamo legati. Grazie, per l’accoglienza di tutta la sua gente, per i paesaggi maestosi e così talmente africani da essere unici nel suo genere, per averci permesso nonostante tutto di fare il viaggio in completa autonomia, per averci dato la possibilità di visitare l’arido Sud e le sue tribù fuori dal tempo, per la musica a tutto volume sempre presente che rallegrava le nostre giornate, per la disponibilità della sua gente, per i sorrisi dei bambini, per le strette di mano delle persone incontrate per strada, per le docce calde anche se poche, per i buonissimi caffè, per i benefici tè, per l’esperienza dell’injera, per le ballate e grasse risate, per l’asprezza della sua terra, per averci fatto capire per l’ennesima volta quanto ci vogliamo bene e come siamo uniti nei momenti di difficoltà, per le amicizie che stiamo tutt’ora mantenendo  e per ultimo, per il ricordo che oggi abbiamo ancora molto forte e vivido di una terra primitiva, complicata, ma immensamente unica e fiera di esserlo.

Amasagnalehu Etiopia. Dehnawalu. 

 

Se volete leggere la nostra avventura e vedere delle bellissime foto, continuate con:

Etiopia del Nord

Etiopia del Sud 

Addis Abeba 

Lalibela

8 thoughts on “Etiopia in tre parole

  1. Io sono stata in Malawi e Zambia 🙂 in realtà non in viaggio ma a viverci un periodo! Ma questa è una lunga storia! Adoro rileggere racconti che mi ricordano quel meraviglioso continente. Nelle vostre parole ho trovato qualcosa che anni fa trovai anche io 🙂 bello, grazie!!

    1. Arriveranno! Ma il prossimo anno ormai, siamo soliti fare una serata-documentaio (aperta a tutti) dove le proiettiamo su schermo gigante e parliamo del viaggio. Dopo quella serata le metteremo online, se ne parla tra un mesetto purtroppo! Ti faremo un fischio allora 😉

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